Il lavoro di gruppo e la psicologia analitica: alcune note storiche e metodologiche – Dr. Stefano Cavalitto

Mentre il canto gregoriano monodico è ancora pura adorazione di Dio, la polifonia è un salto qualitativo. D’ora in avanti il rapporto tra voci risonanti diventa un esigenza della musica e su di esso si riflette. E’ un processo psicologico. Ora la musica costituisce qualcosa che avviene tra uomini e di conseguenza (molto più tardi) potrà rappresentare anche qualcosa che avviene all’interno dell’individuo.

Da “Il canto del leone verde” – La musica come specchio dell’anima  di J. Rasche, Magi edizioni, Roma, 2006

Non è certo mia intenzione con questa comunicazione produrre un dotta dissertazione circa i rapporti tra la psicologia dei gruppi e la psicologia analitica; non ce ne sarebbe lo spazio in questa sede e non credo che le mie competenze siano sufficienti a fornire una trattazione esaustiva della materia.

E’ mia intenzione, tuttavia, condividere con chi mi ascolta qui oggi alcune suggestioni che la frequentazione personale e professionale di questi due mondi mi suggerisce. Prima di tutto credo sia arcinoto agli addetti ai lavori il fatto che Jung non avrebbe mai espresso nei confronti della psicologia dei gruppi terapeutici un particolare interesse e questo  potrebbe derivare dal mettere in apparente antinomia l’individuo ed il gruppo come due forze opposte ed autoescludenti. In più se consideriamo una delle parole chiave della psicologia junghiana, cioè Individuazione, come un emergere delle potenzialità del singolo individuo nei confronti di una realtà esterna più o meno massificante, il gruppo rischia di essere considerato una sorta di ostacolo più che un mezzo verso la realizzazione di sé e sulla via del Sé.

E’ anche storicamente ormai noto che tutti coloro che utilizzano il gruppo come strumento con diretto riferimento al corpus teorico della psicologia analitica non si riconoscano in tali affermazioni.

Le ragioni teoriche e cliniche di ciò sono un sapere ed una pratica diffusi; diffusi da decenni di esperienze di gruppi di diversa estrazione, fattura, finalità, ma tutti con un esplicito riferimento alla psicologia analitica e alle sue successive elaborazioni.

In questo vasto universo di gruppi di area “junghiana” la mia scelta cade per competenza ed esperienza su quelli che coniugano la psicologia analitica con la drammatizzazione teatrale, cioè lo psicodramma.

Tornando a parlare di gruppi, allora, possiamo considerare il gruppo e l’individuo come una coppia di opposti e a questi applicare una tensione dinamica più che dicotomica; ne consegue che il gruppo richiama l’individuo e viceversa in una complementarietà vicendevolmente nutritiva. Ciò non esclude -tuttavia- che gruppo ed individuo possano anche farsi del male a vicenda…

Il gruppo inoltre strutturalmente votato alla pluralità, alla complessità, diventa luogo adatto per sperimentare e vivere (analiticamente parlando, potremmo dire) questa pluralità, questa complessità. Parlando poi di psicodramma, l’altro aspetto caratterizzante di tali gruppi è l’azione scenica, la drammatizzazione. Il teatro ha da sempre fornito metafore e sostanza per alimentare il bisogno di psicologia dell’uomo, fin da quando la psicologia non si chiamava ancora così. In effetti la scena teatrale permette di vivere e rendere espliciti i drammi delle nostre emozioni e nello stesso tempo ci fornisce una valente immagine di come figurarci la dinamica della nostra psiche: una sorta di teatro interiore in cui recitano varie parti della nostra personalità, magari non sempre in accordo tra loro. Quindi il teatro da esterno diventa interno, diventa un palcoscenico privato con noi stessi che siamo contemporaneamente attori e spettatori di questo spettacolo che è la nostra psiche.

Un ulteriore elemento fondante che i gruppi di psicodramma analitico di cui sto parlando mettono al centro della propria attenzione è il sogno.

Sogno come porta d’accesso all’inconscio, sogno come dimensione “altra” rispetto alla pressione del principio di realtà della vita diurna, sogno come teatro interiore…Qui il cerchio sembrerebbe chiudersi: quale adatto strumento sembrerebbe essere il teatro per esplorare il mondo onirico! A proposito di cerchio: il cerchio stesso è un elemento distintivo del lavoro di gruppo. E’ la disposizione che prendono i partecipanti che si sistemano in cerchio, appunto, attorno ad un centro vuoto e virtuale nel cui spazio prendono vita le scene drammatizzate dai partecipanti al gruppo stesso. La disposizione in cerchio sembra essere da un punto di vista prettamente pratico la più adatta, ma in realtà rimanda ad una antica ritualità in cui il disporsi in tondo era parte del rito stesso  atto ad evocare emozioni e sentimenti profondi, arcaici,  dando vita a costellazioni complessuali. Dei, angeli e demoni del nostro inconscio di cui il gruppo favorisce l’emergere. Il cerchio, allora, come delimitazione dello spazio, creando un dentro ed un fuori, identifica e garantisce un contenitore “sacro”, il temenos greco, adeguato per poter prendere contatto  con queste dinamiche. Il cerchio delineato dai partecipanti separa lo spazio fuori del fare concreto, dell’agire per produrre, dallo spazio dentro, lo spazio della riflessione, dell’ascolto degli stati d’animo, in cui più che con il “fare” diventa importante e possibile prendere contatto con “l’essere”. Di più potremmo allora dire che il contatto attraverso la rappresentazione scenica che concretizza l’immagine (pronta a dissolversi di nuovo per  lasciare spazio ad altre significazioni) passa dall’essere “all’esser-ci”. Dall’essere, partendo dalla contrapposizione kantiana con la categoria del “non essere”, per arrivare “all’esser-ci” heideggeriano che possiamo tradurre come “esistenza propria dell’uomo che è nel mondo”. Sappiamo quanto Jung abbia usato il pensiero di Kant per ancorare nel mondo dei fenomeni le sue intuizioni. Queste speculazioni mi portano a sottolineare un primo punto (tra gli altri che ci possono essere) che sento possa unire il lavoro di gruppo psicodrammatico con il mondo della psicologia junghiana. Tale punto di contatto, rispetto alla possibilità di avvicinare “l’essere” con “l’esser-ci” credo sia rappresentato dalla presentificazione sulla scena dei vissuti emotivi attraverso la rappresentazione teatrale. Per spiegarlo meglio mi affido alle parole di John Hill pronunciate durante un seminario tenutosi a Torino alcuni anni fa: “Sappiamo bene con quale forza un’immagine personificata si rivolge direttamente ai sentimenti e a i sensi, ispirando e mettendo in moto un processo trasformativo. Raramente un concetto intellettuale ha la stessa forza. Nel mio lavoro ho riscontrato che i giochi di ruolo possono essere un metodo molto efficace per rendere concreto un materiale simbolico. La personificazione spontanea e divertita di una figura sognata, di un oggetto transferale o di una configurazione archetipica -quasi la recita di una fiaba- cattura la nostra attenzione. Il simbolo diventa vivo e presente, ci collega a configurazioni personali e culturali del passato con cui abbiamo familiarità, infondendoci nuove capacità e incoraggiandoci a nuove interpretazioni […] collegando passato e presente recupera dall’oblio alcune parti perdute del Sé […].

Figura cardine di intersezione tra psicologia analitica, lavoro di gruppo e rappresentazione psicodrammatica è in questo senso ciò che viene chiamato “l’ Io ausiliario”. L’io ausiliario ( un terapeuta, un partecipante del gruppo appositamente formato o il conduttore stesso quando assume tale parte, a seconda dei modelli di conduzione utilizzati) è colui che instillando dubbi, ponendo domande, amplificando vissuti, immagini e personificando sulla scena psicodrammatica ombre, paure, desideri del protagonista (leggi paziente o pertecipante al gruppo) fornisce quella preziosa funzione di doppio, di specchio (a volte volutamente deformante) che la coscienza spesso dimentica, rimuove sotto il taglio della censura e della paura che l’ Io cosciente alimenta. Particolarmente illuminanti sono i lavori a tal riguardo di  P. Etling, che qui ricordiamo  e in primis di H. Barz.

L’io ausiliario è così il nostro “Doppio”, l’altra parte di noi perturbante e salvifica allo stesso tempo. E’ quella figura simbolica (ma realmente presente sulla scena psicodrammatica) che ci sostiene, ci punzecchia e fondamentalmente ci mette in guardia sulla parzialità della coscienza.

Parlare dell’Io ausiliario è fondamentalmente parlare di una tecnica, quindi. O meglio di teoria della tecnica per usare un linguaggio “scientificamente corretto”. Traducendo con un lessico, tuttavia, che avvicina  l’opera analitica più ad un fare artistico, potremmo allora parlare di saper fare artistico più che di teoria della tecnica, non confondendo il saper fare artistico con l’improvvisarsi e men che mai con uno spontaneismo qualunquistico. Anche il saper fare artistico è codificato, parimenti a quello logico-scientifico, ma usa altre categorie. Ma questo, forse, è un altro discorso…

Torno all’io ausiliario. Esso, come detto, come figura simbolica, ci apre all’altra parte, ma soprattuto ci apre alle altre parti.

Ciò detto, segna un veicolo verso il secondo punto che vorrei segnalare all’attenzione.

Un punto sostanzialmente di natura epistemologica che avvicina la psicologia junghiana a quella del lavoro in gruppo. E’ il comune rifarsi ad una epistemologia della complessità, così come la pensa E. Morin e così come le idee che attraversano l’opera di Jung  ce la comunicano.

Prima di tutto  la teoria dei complessi autonomi (e non solo per assonanza fonetica…). Gruppo quindi quale luogo della complessità manifesta e spazio sospeso tra l’uno e i molti. Tra complessità e unificazione. Cito R. Guenon che elenca tra i motivi simbolici e mitologici fondamentali il “riunire ciò che è parso” di cui ci parla la tradizione vedica e quella egizia tra le altre. E’ il costante passaggio dall’unità alla molteplicità e vice-versa, senza cui non potrebbe esserci effettivamente nessuna manifestazione.

Un altro pensiero sostenitore di tale complessità è quello espresso da G. Durand nella sua opera.   Come ci indicano A. Iacuele e M.P.Rosati, alla unicità del metodo aristotelico (e dei suoi successori, in ultimo il metodo digitale vs quello analogico) per cui la differenza è percepita come variazione dualistica (vero o falso), si sostituisce il “politeismo dei valori” fondato sul pluralismo delle singolarità. E’ sostituire ( o affiancare) al principio di identità aristotelica basato sulla non-contraddizione e sul terzo escluso, il principio di identità semantica, di similitudine. Principio su cui si fonda peraltro l’opera ermetica e alchemica tradizionale che ha influenzato le idee junghiane su  transfert e processo di individuazione.

Gruppo così ancora come luogo della complessità. O forse sarebbe meglio dire come “non luogo” della complessità per usare un linguaggio “ermetico”.

E’ passato molto tempo da quando Moreno negli anni trenta diffondeva lo psicodramma e più o meno nello stesso periodo Jung diceva riferendosi agli incontri di gruppo ad Eranos: “Lo stare seduti assieme attorno a un tavolo denota rapporto, unione, essere messi assieme. Il tavolo rotondo significa, nel nostro caso, un essere insieme in vista della totalità”. Tuttavia tali intuizioni sembrano più che mai  dare ancora oggi  senso all’agire contemporaneo della psicologia, di un certo modo di intendere la psicologia, non come scienza che viviseziona la psiche, ma piuttosto come una “lanterna nella notte controvento”, per parafrasare Jung.

A proposito di Eranos: mi colpiscono le parole di G. Filoramo che nel descrivere l’opera di  Eranos, iniziata appunto negli anni trenta, ne parla come di un’ancora di salvezza, di un tentativo di risposta alla crisi esistenziale, e non solo, che caratterizza il periodo tra le due guerre mondiali del xx secolo, gettando un ponte verso l’oriente e  la sua filosofia da un lato e l’idea junghiana degli archetipi come anelito verso il sacro, dall’altro. Oggi Eranos sta trovando nuova linfa -o per dirla in modo junghiano- l’archetipo di Eranos sembra influenzare nuovamente chi si lascia da esso permeare. Mi chiedo se tale rinascita possa avere un significato analogo visto che  il periodo contemporaneo viene costantemente descritto come di “crisi”, parola peraltro abusata ed inflazionata. In tal caso il dialogo transculturale che il gruppo permette  a i vari livelli di complessità a cui attinge potrebbe risultare oltremodo utile.

In tema di ricordo di chi non c’è più, concludo con una citazione. Sono le ultime righe de “Il vagabondo delle stelle” di Jack London : “E la stessa verità dal volto di medusa che Darrel Standing, al contrario dei suoi boia ottusi e del prete che lo accompagna premuroso al patibolo, sembra conoscere e contemplare attonito e che gli dona infine la suprema atarassia: la morte non è che un breve transito da uno stato dell’essere all’altro, nell’incessante solve et coagula delle forme materiali e nell’eterno permanere dello spirito.J. London, “Il vagabondo delle stelle” Il cavallo alato, Padova, 2002.

Riferimenti Bibliografici

Barz H. “Lo psicodramma e la funzione trascendente” (1993) in Il sorriso del camaleonte, anno 1 n°1, Ananke, Torino 1998

Barz H. “Lo psicodramma come gioco, Riflessioni (1998) in Anamorphosis, anno1 n°1, Ananke, Torino 2003

Barz H. “Lo psicodramma come gioco, Persona-Ombra (1998) in Anamorphosis, anno 3 n°3,  Ananke, Torino 2005

Elting P.H. “L’Io dedicato ausiliario nello psicodramma centrato sul protagonista basato sulla psicologia di C.G. Jung”, in Anamorphosis anno 4 n°4 (trad. G. D’ambrosio), Ananke, Torino, 2006

Franciosi E. “A teatro col sogno, il teatro interno” in  Dentro il presente a cura di Terrile P., Scategni W. Vivarium, Milano, 2001

Guenon R. “Simboli della scienza sacra” Adelfi, Milano, 1975

Hill J. “L’uso dei giochi psicologici nell’analisi dei sogni” reazione tenuta in occasione della giornata di studio “Jung clinico: teoria e prassi nella psicologia analitica” Torino, 15 marzo 2003

Iacuele A. Rosati M.P. “Gilbert Durand e la mitodologia” in Atopon n°1, Mithos, Roma, 2006

Jung C.G. “Considerazioni generali sulla teoria dei complessi” in La dinamica dell’inconscio, Opere vol.8, Boringhieri, Torino 1976

Jung C.G. “Gli archetipi e l’inconscio collettivo” in Opere vol.9, Boringhieri, Torino 1980

Moreno J.L. “Principi di sociometria, psicoterapia di gruppo e sociodramma”, Etas, Milano 1964

Quaglino G.P., Romano A., Bernardini R. “Carl Gustav Jung a Eranos 1933-1952, Antigone, Torino, 2007

Scategni W. “Psicodramma e terapia di gruppo” Red, Como, 1996

(*) Il presente articolo è apparso in Anamorphosis – Gruppi, Psicologia Analitica e Psicodramma, n. 8, Ed. Ananke, Torino, 2010