UNA RIFLESSIONE SU TEMPO, INCONSCIO E GRUPPO … E ANCHE SULLA MATERNITÀ Parte I

DR. Laura Stradella

RELAZIONE PRESENTATA ALLE GIORNATE “FRANCO FASOLO” COIRAG

Fiesole 6/8 maggio 2016

Desidero affrontare il tema del tempo dell’inconscio, perché ritengo che sia centrale quando si ragiona di psicoterapia, di gruppo o individuale: infatti, investe numerosi aspetti teorici e pratici, che vanno dal modello della psiche e della mente del terapeuta, e quindi alle sue ipotesi su come e quando possa avvenire un cambiamento efficace per il paziente, alle comprensibili incertezze e perplessità del paziente stesso a proposito della durata e del tempo della terapia.

Un’adeguata rappresentazione del tempo dell’inconscio offre al terapeuta la capacità d’intravvedere delle linee di senso, continuità e identità Unell’esperienza frammentata del paziente e quindi anche di fare ipotesi sui possibili obiettivi e sulla durata della terapia.

Il tema di queste giornate: L’inconscio oggi nella concezione e nella pratica dei gruppi, può apparire una contraddizione. Infatti, non sappiamo veramente affermare che l’inconscio sia stato “scoperto”, come dal titolo del fondamentale testo di Ellemberger [1] o piuttosto “ inventato”, poiché si tratta di una categoria del pensiero, come tale astratta e atemporale. Quel che è certo è che i paradigmi che lo definiscono e le aree tematiche che include si sono modificati nel tempo e appaiono in continua trasformazione.

  Dovremmo però chiederci quali tipi di continuità possiamo cogliere nei diversi modelli di inconscio (inconscio personale, sociale, collettivo …), perché vi è una relazione diretta fra le categorie utilizzate, il modello di riferimento e la tecnica usata in psicoterapia: ad esempio, fra tecniche e modelli duali o di gruppo, verbali o che impiegano l’immagine o il movimento.

Proprio perché le differenze possono essere molto grandi, credo che prendere in considerazione una categoria trasversale come quella del tempo dell’inconscio sia utile a tutti, giacché porta a rivalutare la pregnanza di strutture profonde che rischiamo di trascurare, forse travolti dall’impellenza del presente.  Tali strutture definiscono la vita del paziente più profondamente di quanto vorremmo pensare, dando conto di certe apparenti “cronicità” (da chrònos, tempo, per l’appunto) che non necessariamente sono un ostacolo alla terapia, ma che costituiscono parte dell’identità del paziente e non possono essere trascurati nel tratteggiare gli obiettivi della psicoterapia.

  Le strutture inconsce (ovvero i complessi, le immagini archetipiche, i copioni di ruolo) come stratificazioni geologiche, possono modificarsi o restare statiche, o riemergere ciclicamente, non solo nell’individuo, ma in tutta l’umanità.

  Gli storici introducono distinzioni fra strutture di lunga durata, che coprono periodi di più secoli, strutture di breve durata, che coprono intervalli più brevi, e descrizioni legate a singoli eventi (la cosiddetta storia evenemenziale o degli eventi) come quelle di una battaglia o della vita di un re. Si tratta di una storiografia, come quella studiata nel passato, che rischia di perdere di vista il senso generale del singolo evento, poiché non sa collegarlo alle situazioni che lo hanno generato.

Credo che possiamo utilizzare queste distinzioni anche per la storia di singoli individui o gruppi: vediamo come.

  Nella sua ricerca sulle costanti della storia psicologica dell’umanità, e quindi degli archetipi, Jung ci parla di inconscio collettivo: una struttura tanto sotterranea e ramificata che in ogni cultura, possiamo trovarne le immagini nei testi e nelle icone più disparate, in tutti i periodi della cultura umana, oltre che, naturalmente, nel mondo onirico. Penso, ad esempio, a una recente mostra milanese, che mostrava i tempi lunghi della riflessione artistica sul tema della Grande Madre.

Jung, in un primo tempo aveva ritenuto che gli archetipi fossero strutture di pensiero ereditarie, come il pensiero scientifico del tempo suggeriva, ma in seguito li definì “pattern of behaviour”[2] , ovvero modelli di comportamento che si attuano in ogni individuo, comunità e tempo.

 A mio avviso anche il Gruppo rientra in questa categoria, benché Jung non ne abbia mai fatto cenno, ma fin dai gruppi dei cacciatori e dalle tribù seminomadi, organizzati in classi di età attraverso riti di passaggio, il gruppo è stato sempre centrale per la sopravvivenza materiale degli individui, per l’apprendimento, per la formazione dell’esperienza e dell’identità.

Penso, ad esempio, al gruppo degli apostoli, a quello dei guerrieri achei dell’Iliade, ai cavalieri della tavola rotonda …

Ma se nel gruppo si coglie la stratificazione dei tempi lunghi dell’inconscio collettivo, messo in evidenza dalle immagini archetipiche, si nota anche la media durata dell’inconscio sociale e trans-generazionale, emergente dai racconti e dagli eventi che caratterizzano una collettività, ad esempio nei traumi che le guerre o le catastrofi  naturali infliggono alle comunità e oggi stesso, ad esempio, nelle tragedie legate ai fenomeni migratori[3].

Anche la breve durata degli eventi dell’inconscio personale, che attiva i complessi e i ruoli intrapsichici e intersoggettivi, con la loro pregnanza affettiva e relazionale è attiva in qualunque istituzione o gruppo; in quelli terapeutici lo è per definizione.

In particolare, osserviamo quelli che Gasca[4] definisce “ruoli progetto”, ove il termine “progetto” va inteso in senso fenomenologico di prefigurazione, di dotazione di senso degli eventi da parte del soggetto che si propone, negli eventi vissuti, secondo i ruoli che gli appartengono.

 L’autore ha sintetizzato il lavoro che è svolto nello psicodramma analitico individuativo attraverso un triangolo che mette in comunicazione l’inconscio personale di ogni partecipante, attraverso i ruoli che agisce nel gruppo e quelli che mette in scena nei giochi, con quelli del suo proprio passato e con quelli degli altri partecipanti, nel qui e ora della seduta.

Nelle terapie ha rilevanza anche il tempo futuro, che si esprime nei desideri, nelle aspirazioni e nei progetti individuativi, oltre che nella fondamentale speranza di venire a capo dei sintomi.

Il gruppo poi, intesse una particolare forma di “speranza gruppale”, che di volta in volta è animata dalle particolari aspirazioni individuali, intese ad appagare bisogni psichici, ma che si nutre della complessità del gruppo e della forza che l’essere tale infonde nella speranza[5]. In questa prospettiva, è compito del terapeuta riconoscere la pregnanza del tempo lungo dell’archetipo, riconoscere quanto esso sia il centro fantasmagorico di un complesso che va elaborato o il nucleo generativo di una possibilità individuativa.

Tutti noi abbiamo ancora a che fare col tempo sempre più  spesso precipitosamente breve della cura, col tempo brevissimo della seduta: eppure, in un arco di tempo così ridotto si attiva, lo spazio psichico del Sé, ove le immagini e i ruoli, personali ma elaborati dal gruppo, attraverso i movimenti delle identificazioni, delle differenziazioni e delle immaginazioni, creano una riserva di senso, d’Anima cui attingere nell’affrontare i compiti proposti dall’attualità.

 

 

 

 

 

 

[1] H. F. Ellenberger  La scoperta dell’inconscio, Boringhieri, Torino 1976

[2] C. G. Jung Trasformazioni della libido, Vol. 5 Boringhieri, Torino 1970.

[3] C. Gatti, R. Ricci e L. Stradella (a cura di) Miti utopie e crudeli catastrofi, Persiani, Bologna 2017.

[4] G. Gasca Psicodramma analitico Franco Angeli, Milano 2000.

[5] D.I. Yalom, Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo, Bollati, Torino 1977.