Giocare in coppia

Appunti sulla terapia di coppia

Dott. Rosalena Cioli

La terapia di coppia è stata una scoperta di questi anni da parte mia e dei colleghi con cui ho lavorato e lavoro. E’ stata inserita nella nostra esperienza terapeutica proprio perché si è pensato di utilizzare lo psicodramma . Si è trattato e si tratta di una sperimentazione , di una messa a punto di un dispositivo , di una ricerca che continua, che ha bisogno di confronto e di pensiero ma che si è rivelata in tutta la sua capacità di potente risorsa terapeutica. L’abbiamo pensata come un percorso breve, una terapia breve proprio perché essendo analisti l’abbiamo intesa come una opportunità di cambiamento: da una situazione di stallo o di lacerazione verso una consapevolezza che è soggettiva, che comunque deve produrre una distanza in cui ognuno/a  può esistere sia che mantenga la relazione o che la sciolga. Guardare la coppia nel suo essere presente e non attraverso il racconto di uno dei due (che diventa una parte dai contorni sia reali che immaginifici e che non può possedere voce propria) costituisce un prezioso punto di osservazione e una fonte immediata di informazioni  anche sensoriali.

Essere la coppia dei terapeuti/e è un elemento che produce a sua volta dei cambiamenti sia nell’autoosservarsi in questa dimensione relazionale – quindi in una condizione di coabitazione della terapia  – che nell’essere a loro volta oggetto di osservazione ….Il gioco delle proiezioni reciproche  si fa complesso e intenso più che in altre situazioni  in quanto si viene visti – e ci si vede- come coppia e come singoli o singole.  In questo quartetto o tra questo quartetto vengono evocati  di volta in volta i fantasmi di ognuno: per esempio ciascun membro delle coppie ha un proprio fantasma relazionale, un modello relazionale, e via dicendo.

La coppia terapeutica si è costituita per altro appositamente e porta con sé anche tutti i vissuti che ha normalmente verso il collega o la collega, solo che in questo setting deve fare i conti con nuovi elementi che richiedono l’attivazione di una attenzione reciproca, la  costruzione continua di una sinergia, la ricerca di una sintonia che non è data a priori.   In fondo bisogna imparare a conoscersi in quanto coppia di fronte ad un’altra coppia che interagisce con entrambi e con ognuno separatamente. Il modo di interagire dentro la coppia terapeutica, la relazione che sono capaci di produrre è un elemento importante per la coppia in terapia che dovrebbe potersi rispecchiare non tanto in una perfezione ideale quanto nella possibilità di riconoscere e ricomporre i conflitti o fare chiarezza o trovare soluzioni o dirsi la verità. Il rispecchiamento è un elemento cardine, esso stesso fattore di cambiamento così come lo è il raccontare e il  rappresentare.

In cosa differisce una terapia di coppia, in cui viene usato lo strumento dello psicodramma, da una terapia di coppia condotta con altri metodi? Innanzitutto l’assetto si avvicina di più ad un assetto di gruppo, in cui però chi conduce ha anche la funzione di osservare mentre l’altro/a terapeuta funge da io ausiliario e a sua volta osserva da questo punto di vista.  Va sottolineato  che la coppia terapeutica si alterna nell’ osservare e nel condurre per permettere ad entrambi di sentire e di osservareQuindi di volta in volta uno dei terapeuti gioca con il membro della coppia che  diventa  protagonista, scende per così dire in prima persona nell’arena, entra dentro la dinamica dei due, ne fa parte. Una parte molto importante perché potrà restituire i propri vissuti e costituirà un punto di vista che viene dalla rappresentazione che il o la paziente ha dell’altro/a. Quello o quella che non ha giocato ha avuto a sua volta modo di osservare come viene visto dall’altro/a sopportando di  guardare senza intervenire, dilazionando le proprie reazioni e dunque imparando a  prendere distanza, una funzione spesso carente nelle dinamiche di coppia.  Questo continuo alternarsi di ruoli tra tutti i partecipanti  destabilizza continuamente le stereotipie rimandando visioni diverse di ognuno. La coppia terapeutica viene vista in un andare e venire  da una funzione all’altra che introduce una dinamica alternativa allo stare sempre nello stesso posto: il posto che ognuno assegna all’altro e che  impedisce di cogliere altre potenzialità ed altre variabili non diversamente da quello che succede anche individualmente rispetto a se stessi quando ci si caratterizza in modo unilaterale  In fondo la coppia è come un insieme, un corpo solo che si è costituito nel tempo e che sacrifica  per esistere parti importanti di ognuno. Sarà possibile ritrovarsi solo se ci si allontana un po’ oppure è necessario allontanarsi per scoprire  che è venuta l’ora di lasciarsi. In questo assetto terapeutico il fatto stesso di giocare ognuno di volta in volta come protagonista li separa, da seduti vicini o di fronte a raccontare o ad accusarsi a vicenda costretti alla ripetizione. Il giocare magari la stessa vicenda, vederla in versioni diverse, mettersi nei panni dell’altro che, rappresentato da un terapeuta, diventa più tollerabile, più avvicinabile costituisce una interruzione nella rigidità  della narrazione.

E il/la terapeuta che partecipa alla rappresentazione ha modo di sentire il o la paziente, vive il sentimento che lo sottende, soffre in prima persona l’effetto di un gesto, di una parola, di un avvenimento e può restituirlo, nominandolo, esplicitandolo, aprendo così uno spazio di comunicazione anche intrapsichico e non solo relazionale. Ed essendo i terapeuti partecipi, ma non sempre allo stesso posto, più difficilmente corrono il rischio di essere chiamati all’alleanza con questo o quella così da poter essere oggetto di manipolazione, rischio ben presente in altre forme di terapia, soprattutto se si lavora da soli.. Si può essere maggiormente schermi su cui proiettare di volta in volta figure diverse o aspetti diversi. non principalmente figure genitoriali.  Non essere sempre nello stesso ruolo oltretutto rende  più duttile e dinamico, nel senso di allargarlo, il setting  e consente di ampliare  ciò che è stretto, senza spazio di manovra, nella  coppia incistata.

Porto un esempio perchè tra tutti è stato il meno scontato e perché ha prodotto in me un sogno che mi ha mostrato molto di quello che implicava lavorare al di fuori di contesti conosciuti e per così dire senza protezione.

Il contesto non canonico era costituito dall’essere due terapeute alle prese con una coppia omosessuale maschile. Una coppia con una lunga relazione alle spalle iniziata in giovanissima età: due persone dalle caratteristiche divergenti , uno più impulsivo e sognatore e l’altro razionale e pragmatico, uno estroverso e socievole, l’altro riservato e poco propenso ad esprimersi, poco propenso anche a fare un percorso terapeutico Le occasioni di conflitto e di scontro c’erano sempre state ma venivano regolarmente rimosse in nome del bene comune. Di diverso rispetto ad altre coppie c’era soprattutto il fatto di essere molto privata e poco visibile e quindi molto chiusa, quasi  clandestina.

S.ha gettato una bomba in questo mondo chiuso, ha fatto un anno di terapia e ha maturato il desiderio di diventare padre insieme con il compagno. Ed è questa richiesta a far saltare l’equilibrio e a provocare per la prima volta il rifiuto di A. che non si vede capace di avere a che fare con dei bambini, non ha fiducia che l’altro sia in grado di occuparsene, senza contare le difficoltà che incontrerebbero per realizzare questo desiderio. Infatti dovrebbero trovare una madre surrogata.C’è un conflitto che non si può ricomporre, che li costringe a confrontarsi, che mette in luce una  parte individuale costringendo anche l’altra ad uscire dal silenzio, esprimendo le proprie opinioni, esplorando e rendendo pubblico un punto di vista e un vissuto personale sempre sacrificato sull’altare dell’andare d’accordo. Per la cronaca il conflitto produrrà la comunicazione e si tradurrà nel desiderio di essere visibili, dichiarandosi davanti agli altri, impegnandosi in attività sociali, uscendo dalla simbiosi adolescenziale in cui erano sempre vissuti. A non cambierà idea ma ormai hanno riconosciuto un proprio poter essere soggetti che devono mediare le differenze piuttosto che sopprimerle. Nello spazio che si è creato c’è posto anche per figli simbolici

E’ in questo contesto, dopo una seduta in cui S. ha giocato la sera in cui ha preparato tutto per bene sul terrazzo per dare il grande annuncio e cioè il desiderio di avere un figlio con lui, A., stupefatto, sente che è una cosa enorme. Giocavo come io ausiliario e passavo dall’uno all’altro, dalla emozione di S. allo sconcerto di A: ero A. visto da S. e S. visto da A. . Ero sempre diversa e alla fine ho avuto la sensazione di non sapere più chi ero. E’ una seduta intensa in cui sento la gioia dell’annuncio, lo sconcerto, la parola “gravidanza” sfuggita a Daniela.

E la notte sogno che arrivo nel mio studio ma tutto è cambiato, ora è aperto, una parete è caduta, continua verso il giardino dove ci sono dei bambini che giocano. “Come faccio a lavorare così ?” chiedo e mi chiedo e poi qualcuno ha rubato la mia libreria con tutti i libri! La sento una perdita terribile, penso che ora dovrò andare in giro a cercare di recuperarli, andrò per libri usati. Penso persino che potrei ritirarmi a lavorare in casa: lo dico a Claudio e a Daniela, per terra vedo i pezzi della libreria.

Ho provato nel sogno molte delle sensazioni che ho provato nella seduta: sorpresa, sconcerto, sensazione di qualcosa di enorme che è accaduto, senso di confusione, di non sapere più chi sono..

Ho letto questo sogno come  una rottura ed  una apertura ai “bambini” al gioco,  ma anche come se questo mettesse in pericolo  una ormai lunga storia professionale o la buttasse per aria. Penso alla certezza del ruolo costruito su un sapere che ora bisognerà con fatica ricomporre e riconsiderare. Penso al muro che separa A dai bambini, al suo essere stato bambino che preferiva guardare gli altri bambini giocare senza partecipare. Penso che ai bambini in genere piace molto interpretare dei personaggi, con facilità passano da uno all’altro, sentendosi davvero l’uno o l’altro. Il mio essere io ausiliario, moltiplicato, mi ha portato a fare tante parti e in questi passaggi mi ha  destabilizzato  e ha riattivato una mia antica  e iniziale paura rispetto allo psicodramma e cioè quello di rompere un setting da me ben conosciuto, un equilibrio fondato sul sapere e sull’esperienza, una paura che avevo superato ma che si è ripresentata sentendo fortemente la paura di A: Cosa succederà se arriveranno  davvero dei bambini?.

E poi penso che non ho mai fatto coppia con Daniela e che  mi ero abituata a lavorare in coppia con Claudio e anche con lui come in una coppia che si rispetti avevo raggiunto un equilibrio e c’era voluto del tempo. E poi davanti avevo sempre avuto una coppia maschio femmina. E qui siamo due donne di fronte a due uomini: un assetto non conosciuto dunque imprevedibile. Insomma mi vedo io stessa come una “coppia” chiusa che ha paura di cambiare un equilibrio.

L’ annuncio di S., il viverlo da dentro e non solo ascoltarlo mi ha  fatto sentire  la forza e lo scandalo, in senso evangelico, di quell’ annuncio, non diversamente da A. che ha rispecchiato una mia parte conservatrice da sempre in lotta con quella sognatrice.

Ho pensato che lo psicodramma ha avuto questo effetto per me, ha introdotto qualcosa che ha modificato la mia identità e l’ha costretta ad integrare nuove parti e nuove rappresentazioni . E’ quello che si ripropone in questa terapia in cui sembra che  siano in gioco delle identità: il dover imparare ad essere in una condizione nuova in cui il tema dei bambini prende una forma esplosiva perché viene da due uomini .

 S., che  rivendica per sé una famiglia diversa , abbatte un  muro, propone nuovi ruoli, quindi crea anche confusione e resistenza e non solo in A. che ha bene in mente che solo sua madre può fare la madre e il padre il padre.