Frange di solitudine nell’era post moderna

Ritratti trasformativi nella pratica psicodrammatica

di Luca Pinciaroli e Teresa Legato – Apragip – Torino, 12,13,14 ottobre 21018

Da molti anni il Centro Diurno di via Leoncavallo 2, struttura afferente al Dipartimento di Salute
Mentale “Basaglia”, svolge sul territorio della ex ASL TO2 un importante lavoro psico-sociale di
gestione della patologia psichiatrica e del disagio psicologico diffondendo sul territorio una
importante cultura di condivisione attraverso il gruppo.
In questo contesto nasce nel 2008 il progetto “giovani adulti” con l’obiettivo primario di destinare
uno spazio psicoterapico di gruppo a pazienti di una fascia di età compresa tra 18 e 30 anni.
Negli ultimi anni vari studi sociologici e psicologici utilizzano il termine di “giovane adulto” per
definire questo nuovo soggetto sociale che non è più adolescente e non ancora adulto.
Nel definire questo fenomeno risulta impossibile sganciarsi dall’analisi del contesto contemporaneo,
l’epoca del godimento immediato che sostituisce il desiderio fatto di confini, di limiti necessari
anche per poter immaginare di superarli.
E’ l’epoca dell’assenza del padre simbolico, del passaggio dall’Edipo castrante al narciso a cui tutto è
permesso e in cui tutto è possibile. È’ anche l’epoca della confusione, quella dell’assenza di valori a
cui credere, di ideali da perseguire con tutte le proprie forze. Benasayag citando Keplero ci parla
dell’epoca delle passioni tristi, quella in cui il futuro da promessa diviene minaccia.
Il giovane adulto si colloca all’interno di questo scenario nel proprio percorso evolutivo, scenario
caotico rispetto al quale spesso si ritrova sprovvisto di quelle mappe necessarie per leggere il territorio
in cui naviga, perso quindi tra il desiderio di andare avanti verso chissà cosa è la fantasia di
tornare indietro verso i luoghi che si tentava di lasciare.
Senza mappe ci si sente costantemente smarriti e perduti e i movimenti sono ridotti al minimo, lo
spazio vitale si ristringe fino a corrispondere a quello della propria stanza e della rete relazionale
familiare più vicina.
Ansia, panico, dipendenze varie, disturbi alimentari, depressioni, sono manifestazioni comuni seppure
diverse di narrare la propria paura, la necessità di costruire nuove mappe adatte al proprio
sguardo ora diverso ma non ancora possibile.Quelli che incontriamo sono prevalentemente giovani
esclusi e che si escludono, che hanno sperimentato e sofferto l’incontro con l’Altro prevalentemente
minaccioso e che pertanto da questo si difendono attraverso manifestazioni sintamatologiche che
ne autorizzano l’isolamento.
Numerose sono le domande che ci troviamo ad affrontare di ragazzi intrappolati in scenari privi di
una rete sociale, ragazzi e ragazze che, interrotta la scuola in giovanissima età, narrano di lunghi
anni di “vuoto” relazionale e assenza totale di una progettazione futura. Sono ragazzi e ragazze privi
di qualsiasi senso di comunità’, incapaci di incontrarsi con l’altro reale vissuto come pericoloso e
perciò rinchiusi nella loro solitudine, riempita solamente di ruoli fittizi, di “avatar” attraverso cui si
identificano in identità ideali spesso onnipotenti, violente oppure capaci magicamente di risolvere
ogni difficoltà. Ruoli virtuali che riempiono le giornate, che scandiscono il tempo e giustificano il
ritiro da ciò che sta fuori dalla loro stanza e funzionano da contropartita a quel profondo senso di
impotenza di fronte al difficile compito di ritagliarsi un posto nel mondo.
Altri ancora rinunciano a qualsiasi tipo di ruolo, chiusi nelle loro case riempiono il tempo illimitato
di assenza di desiderio, di paura dell’altro, coltivano la disconnessione totale come grido di protesta
contro la richiesta diconnessione continua. Inibizione, isolamento, rinuncia al “gesto”, all’azione
che, come dice Hanna Arendt (1988), “irrompe imprevedibile (nella ripetizione tutto è previsto e,
quindi, controllato) e orienta il futuro in uno dei suoi percorsi possibili”.
Altri ancora pur proseguendo nei loro percorsi di studio, rinunciano a dimensioni sociali ed affettive
dell’esistenza vissute come minacciose oppure ne abusano senza la possibilità di costruire
significati al bisogno di legame e incontro con l’Altro. L’Altro non è un altro reale ma un altro
oggettivizzato, strumento di riconoscimento e non possibilità di incontro e di scoperta. L’Altro
diviene un modello a cui tendere fino ad assorbirne l’essere, contemporaneamente diviene un rivale
che possiede le qualità e gli oggetti verso i quali maggiormente si anela e al cui sguardo risulta
impossibile sottrarsi. “L’imitatore, quindi, vede nell’altro il modello da imitare e in quello stesso
momento il modello diviene il rivale, il nemico mortale.” (Girard, 1999)
Daria viene ricoverata nel dicembre del 2016 in seguito ad un gesto anti conservativo legato ad insuccessi
scolastici e alla difficoltà di affrontare eventi stressanti. Dopo un’ora dall’aver accettato il
ricovero la famiglia chiede le dimissioni contro il parere dei sanitari. Le dimissioni vengono accordate
non essendovi gli estremi per un TSO, i familiari e la stessa Daria accettano di rivolgersi quanto
prima al CSM .
Daria riferisce forte insofferenza all’ambiente scolastico , difficoltà relazionali con compagni e insegnanti
percepiti come ostili, oltre a difficoltà prettamente legate al rendimento scolastico. In accordo
con la sua famiglia la stessa ha autonomamente richiesto cambio di istituto scolastico nella
speranza di trovare migliore compatibilità ambientale e sollievo soggettivo.
Alle dimissioni dall’SPDC viene concordata psicoterapia individuale presso l’area giovani adulti
con la prospettiva di un inserimento in gruppo di psicoterapia e presa in carico della famiglia in
psicoterapia familiare.
l’Immagine con cui la psichiatra mi presenta la giovane paziente è quella di Daria Morgendorffer,
personaggio di una serie animata americana.
Daria del cartone animato è una normale ragazza di 16 anni, che però ha lo humor e il cinismo di
una persona che vede il mondo per quello che è e non si vergogna di dirlo in giro. Misantropa e tendenzialmente
isolata dal gruppo dei suoi coetanei, il personaggio è nell’intenzione dell’autore una
critica arguta alla società consumistica.
Decido di chiamare così la giovane paziente in questa relazione: Daria.
Al primo appuntamento ricevo Daria accompagnata dalla madre, è soprattutto la madre a parlare, a
raccontare un pò sminuendolo quello che è capitato a dicembre, talvolta interroga la figlia chiedendole
di essere lei a raccontarmi ma Daria appare molto intimorita, silente e sembra voler lasciare il
compito alla madre.
Diversa la mia sensazione quando Daria rimane sola e nei successivi colloqui.
E’ sempre presente nelle sue narrazioni il pensiero alla morte come soluzione definitiva alla sua sofferenza,
morte desiderata ed evocata come definitivo oblio, contemporaneamente i suoi quadri sono
cosparsi di immagini e colori estremamente vitali, in una continua contrapposizione che pare non
poter mai trovare integrazione.
Così Daria mi indica quelli che sono i suoi problemi:
“perdo la pazienza”, mi dice, “lascio tutto in sospeso”,
“non riesco ad affrontare la società , tutti fanno qualcosa di utile ed io mi sento costantemente di
rimanere indietro
“sono inetta e poco furba”, in un sistema quella descritto da Daria dove sembra contare solo l’essere
furbi, nella sua accezione di uguale agli altri, frivoli e tesi esclusivamente al proprio interesse.
Enrico Ferrari nel suo libro “l’ambiguità del patire. Quando la psicopatologia svela le radici culturali
del presente” parlando dei disturbi nell’epoca postmoderna scrive che sembra esserci, al fondo,
l’impossibilità dell’accettazione della possibilità del male; impossibilità che sempre comporta il vivere
sì il presente, ma come presente chiuso. Dicono spesso i giovani, con il linguaggio duro e
sprezzante che spesso li contraddistingue: «bisogna essere furbi… solo i furbi vincono!». Come se
“far proprio” il male, essere essi stessi il male rappresenti l’unica scommessa per non soccombere.
Certo, tanto cinismo improblematico non può che coprire nella realtà la paura di essere fragili e dipendenti
da altri, dalla forza di altri. Ma l’appello ad essere “furbi” vuole esprimere la capacità di
allontanare gli altri, d’incutere loro timore, di non avere bisogno di calore umano, di aborrire la bellezza.
Di essere forti perché malefici, capaci di difesa e soprattutto di offesa.
I ragazzi che sempre più oggi richiedono un aiuto psicologico e a volte farmacologico, non sanno
essere “furbi”, non sanno identificarsi con il male in qualità di autori. Ne sentono l’inevitabile minaccia
unita all’impotenza dell’io di fronte ad esso. Tanto da ipotizzare che solo la scomparsa del
male darebbe loro benessere. Per questo, inconsciamente, s-velano il volto di una contemporaneità
che rifiuta il confronto con il male, posizionandosi ora sulla pretesa di eliminarlo, ora sulla tentazione
di padroneggiarne le direzioni. Ma ne s-velano altresì l’ombra di quell’impotenza nascosta
dietro all’onnipotenza, che accompagna il rifiuto di tale confronto.
Le chiedo anche quali sente essere motivi per vivere:
“i sogni che faccio” “sono pieni di colori, di gente che incontro viaggiando…”
L’arte, la moda, la fotografia, il cinema, il teatro e la letteratura, tutti luoghi attraverso cui è possibile
viaggiare,
“l’onesta, io sono una persona onesta”
Daria ha 18 anni, è di origine albanese, bassa di statura, porta gli occhiali e ha un abbigliamento un
pò trasandato, molto poco curato. I suoi genitori si sono trasferiti circa 20 anni prima dall’Albania
per cercare nuove possibilità, prima il padre, poi la madre. Con il lavoro la famiglia di Daria è riuscita
a raggiungere un certo benessere. Il padre è descritto da Daria come il saggio, “con lui è possibile
parlare”, dice, la madre invece è descritta come leggera e superficiale, conformista ma poco
attenta. Ha una sorella più piccola di 14 anni, “lei è sempre contenta, non so proprio come faccia”.
Il suo tema ricorrente è che per lei non c’è alcuno spazio, lei è sbagliata e il mondo che la circonda
è ostile. Oscilla costantemente tra la critica alla superficialità dell’Altro e la sensazione di non avere
alcuna risorsa per esserci. Daria ricorda essere sempre stata così, alle elementari era troppo vivace
le dicevano le maestre, successivamente troppo isolata, silenziosa, non andava mai bene, per gli
adulti e per i coetanei da cui veniva emarginata, i genitori ed in particolare la madre non la capivano,
la volevano uguale agli altri ma non si sentiva vista.
Era angosciata, tutto era una delusione e così il desiderio di scomparire, andava a scuola e non vedeva
l’ora di chiudersi in casa, per molti anni solo tagliarsi le dava sollievo, le pareva in quel modo
di poter essere visibile, lo faceva nel bagno lasciando tracce ovunque dei suoi gesti.
Mi racconta un sogno ricorrente di quando era bambina in cui due indiani incappucciati la rapivano,
la portavano via dalla sua famiglia, la portavano a vivere con lei in un grotta dove la accudivano,
non era angosciata nel sogno, si sentiva liberata seppure chiusa al buio in una grotta accudita da due
figure senza volto. Mi dirà successivamente di essere fatta di una parte “arte” ed una “fanatica” che
evoca la privazione per paura della libertà.
Daria come descritto nell’invio si presenta attraverso una problematica di tipo esistenziale, sente
costantemente “l’assurdo della vita”, la morte sembra costantemente essere l’unica soluzione possibile
e anche l’unico modo per tenere l’Altro accanto a lei, sospeso.
Decidiamo di posticipare l’inserimento in gruppo, al momento della presa in carico partecipare al
gruppo significherebbe uscire prima da scuola tutti i mercoledì mattina proprio nel momento in cui
Daria si sta inserendo nella nuova scuola e si sta preparando per sostenere l’esame di maturità.
Continuiamo con colloqui individuali con l’idea di cominciare il gruppo di psicoterapia con coetanei
a Settembre.
In questa fase Daria è molto angosciata, il gruppo di compagni nuovi, la solitudine, il bagaglio della
suo storia recente più o meno silente, il fantasma del tentativo anticonservativo, l’esame di maturità.
A tratti il compito le sembra enorme, impossibile da affrontare, vorrebbe rinunciare, abbandonarsi a
quello che sembra essere l’unico destino possibile. Si taglia a volte, altre riesce a resistere.
Narrare le delusioni le permette di relativizzarle, di guardarle da angolature diverse, di dare nuovi
significati all’esperienze seppure frustranti.
Ai colloqui a cui non manca mai alterna silenzi, lacrime, dissertazioni esistenziali e talvolta immagini
piene di colori immediatamente da lei stessa svalutate. Mi racconta con dovizia di particolari di
una passeggiata per tornare a casa in cui attraversa il quartiere multietnico di porta palazzo e ogni
odore speziato, ogni colore sgargiante attirano la sua attenzione. Mi racconta questa passeggiata
come un sogno.
A giugno si diplomerà, con un risultato migliore delle sue aspettative, durante l’estate deciderà di
proseguire iscrivendosi all’università, sceglierà la facoltà di lingue.
A settembre proponiamo l’inserimento in gruppo di psicoterapia. Un gruppo di psicodramma immaginale
rivolto a pazienti giovani adulti. Un gruppo a termine, 12 sedute a cadenza settimanale da
settembre a dicembre. Daria accetta volentieri la possibilità di condividere e mettersi in gioco con
altri ragazzi anche se in parte spaventata all’idea di stare in gruppo, di non trovarsi, di non saperci
stare.
Il dispositivo gruppale a termine condotto con il modello psicodrammatico ha come obiettivo quello
di intervenire su aree problematiche come il blocco delle fasi evolutive, stili relazionali disturbati,
esperienze traumatiche, assenza di progettualità, isolamento sociale e assenza di interesse sociale e
senso di comunità attraverso gli strumenti del movimento corporeo ed immaginale, della circolarità
di gruppo, delle rappresentazioni pscicodrammatiche e dei rituali condivisi. L’obiettivo è quello di
evocare attraverso un clima gruppale collaborativo il passaggio dal blocco in cui tutto è sempre
identico al progetto del movimento e al movimento progettuale, la rielaborazione degli ostacoli non
più come barriere insuperabili ma come esperienze elaboratili e raccontabili, la rappresentazione di
direzioni possibili e la possibilità di fare esperienza dell’altro non come minaccia ma come luogo di
incontro.
I temi proposti all’interno del dispositivo gruppale sono al tempo stesso strumenti di cui facciamo
esperienza. Mi soffermo brevemente su tre questioni di cui proponiamo esperienza all’interno del
gruppo:
la questione del limite e dl desiderio desiderabile
Il gruppo rappresenta per noi il luogo della frontiera e del confine. M.Augè in nonluoghi definisce
la frontiera come la distanza minima che dovrebbe sussistere tra gli individui perchè siano liberi di
comunicare tra di loro come desiderano. Non un muro invalicabile, invece una soglia che invita all’attraversamento
attraverso la possibilità di riconoscere la lingua dell’altro.
Il gruppo è così luogo e laboratorio d confini, quello del corpo, quelli dello spazio in cui ci muoviamo
e quelli che hanno a che fare con l’incontro con l’altro che in quanto altro è altro da me, separato,
diverso.
Regole, rituali, palcoscenico psicodrammatico o cerchio platea sono gli elementi che sia dall’inizio
dell’esperienza ci conducono alla scoperta di quegli spazi di confine che ci permettono di incontrare
l’Altro è insieme l’altro di cui siamo fatti.
Incontro che rappresenta così il luogo della frontiera, del nuovo, della separazione dal “già noto” ,
del desiderio che definisce e in quanto tale è negato e rifiutato con paura. L’Altro inteso sia come
“altro da sé”, compagno di viaggio, vicino di banco ecc…che come parti altre, sconosciute, inaccessibili
o impossibili da mostrare, altro come desiderio incomunicabile, a volte inaccessibile e sconosciuto
perché privo di un linguaggio attraverso cui manifestarsi.
la questione del tempo e della memoria:
Nel 1943 Jung in Psicologia dell’inconscio scriveva: “Senza esserne consapevole, il nevrotico partecipa
alle correnti dominanti del suo tempo e le rispecchia nel suo conflitto personale. La nevrosi è
strettamente correlata al problema del tempo e configura propriamente un tentativo fallito dell’individuo
di risolvere in se medesimo il problema generale.
Un problema collettivo fino a che non riconosciuto come tale, si presenta come un problema personale…”
Si parla di un “tempo accelerato”, che alimenta un mondo “competitivo” e genera luoghi dove simultaneamente
“lo spazio si riduce”. Sacks scriveva “ci si ricorda di essere qualcuno solo grazie al
ritorno della memoria”. attraverso la narrazione di storie, la condivisione di immagini, i giochi relazionali
all’interno del gruppo si accede alla possibilità di costruire e condividere scenari insieme
unici e comuni dentro cui rappresentare e significare l’esperienza.
Evocare la memoria come “eredità del padre” per riconquistarla in nuovi ruoli. Recalcati scrive “per
fare a meno di un padre bisogna essere in grado di servirsene. farne a meno significa accettarne
l’eredità.”
Tra appartenenza e libertà: la clinica del legame
Nel suo libro “Psiche”, Luigi Zoja scrive: “Ogni proiezione richiede una partecipazione, chi ama
proietta i suoi sentimenti sulla persona amata: questo significa che vuole la sua presenza. Chi ritira
le proiezioni ha meno necessità di presenze: ritiro dopo ritiro si sottrae al mondo. Il sentimento
d’amore autentico trova il suo germe nella consapevolezza profonda di essere mancanti.”
Possiamo definire l’appartenenza come il sentirsi parte di un insieme significativo, di un campo
percepito come possibile luogo, tempo di dialogo e condivisione della propria soggettività.
Il processo di assimilazione di nuovi significati e di molteplici esperienze derivanti dall’universo
sociale, nonché la capacità di integrazione di questi ultimi con i contenuti e le conoscenze già precedentemente
acquisite ed elaborate dall’universo familiare costituiscono invece, la base dell’evoluzione
psichica di ogni individuo. Possiamo definire l’appartenenza come il sentirsi parte di un insieme
significativo, di un campo percepito come possibile luogo, tempo di dialogo e condivisione
della propria soggettività.
Aristotele , contraddicendo il senso comune, spiega che lo schiavo è colui che non ha legami, che
non ha un suo posto, che si può utilizzare dappertutto e in diversi modi. L’uomo libero invece è colui
che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri, verso la città e verso il luogo in cui vive.
L’immagine con cui Daria si presenta al gruppo sarà quella di una “Particella vagante nell’universo
infinito, insulsa in mezzo alle meraviglie del mondo”.
Ma è proprio nelle parti giocate nelle scene ed immagini dei compagni di gruppo che Daria può
cominciare ad accedere e riconoscere come proprie della parti negate e svalutate.
In un immagine portata da un ragazzo del gruppo Daria interpreta le lanterne appese al bastone tenuto
in mano da un funambolo che cammina su un filo.”Le lanterne ci aiutano a camminare sul filo,
quello che ci da fastidio a volte ci serve…” dirà condividendo con Matteo l’emozione provata nell’interpretare
la parte.
Lo spazio del gruppo è lo spazio dell’incontro possibile con l’Altro, in una seduta di gruppo in cui
drammatizza il suo stare nel gruppo Daria si colloca nella stanza al bordo vicino alla porta, “mi sento
come un senatore romano ,sono vicino alla porta, sono contenta e comoda , da qui vedo tutto e
tutti e sono a mio agio.”
Dirà successivamente condividendo un’esperienza in cui chiedemmo di camminare nella stanza occupando
più spazio possibile: “Occupare spazi più grandi richiede più responsabilità ed è più pericoloso.
C’è sempre qualcosa e qualcuno a cui devi fare attenzione. Quando sei piccolo è meno spaventoso.
Non c’è niente che devi temere.”
Si immagina come un fiore nero a braccia conserte in mezzo a tanti fiori colorati che si dimenano.
“Ho perso il mio colore”, dice, “sono ferma, arrabbiata e sporca nell’anima. tengo per me le cose
inquinanti e a volte mi sembra di essere solo quello. Ora sarebbe utile solo dimenticare , resettare e
rinascere da capo”.
L’incontro con l’Altro è anche l’incontro con le sue emozioni, con il suo dolore, con il suo desiderio
e insieme paura di mostrarsi alla ricerca di uno spazio da abitare. Il gruppo nel suo rappresentare e
ritualizzzare costantemente limiti e confini rappresenta il luogo dove fare esperienza dell’incontro
con l’Altro.
Daria si autorizza ad accennare al male, quello da cui si sente abitata, l’essere sbagliata, il suo dolore,
la sua rabbia. Sembra non poterlo mai completamente nominare, lo accenna , lascia l’altro sospeso
nell’attesa di capire ciò di cui sta parlando.
“Vorrei tornare ad avere paura di qualcosa, ho fatto cose brutte di cui mi pento. Vorrei liberarmi di
qualunque gancio.”
Daria oscilla tra immagini polarizzate, quelle in cui il Male è totalmente proiettato all’esterno e che
lei non può che patire soccombendo e quelle in cui lei è il Male, i sui sentimenti negativi, la sua
rabbia, il suo sentirsi Altro rispetto alle aspettative altrui. In questo oscillare evoca la necessità di un
equilibrio, “quel che da fastidio può tenere in equilibrio”, una nuova funzione del dolore e della sofferenza
e insieme la possibilità di integrazione tra parti e ruoli.
Si racconta attraverso l’immagine di un suo amico, parte con cui si cambia nello psicodramma
“Sono arrabbiato e triste, non mi importa niente degli altri. Ho una storia brutta. Ho una ventina di
anni. Sono oscuro e nero ma sto cercando di dare una possibilità a tutti quelli che ho intorno.” Daria
evoca la possibilità di riconoscere il proprio bisogno dell’Altro, le proprie parti fragili e sofferenti,
di potersi fidare ed affidare, di incontrarsi senza smarrirsi.
“Mi sento incastrata nella differenza”, dirà Daria durante una seduta di gruppo per descrivere la sua
emozione in seguito alla drammatizzazione di un compagno. Daria con questo sembra volerci raccontare
della complessità di cui si sente costituita, differenze tra le aspettative degli altri e del
mondo e quelle che sente essere sue istanze più autentiche, differenze tra la fantasia onnipotente e il
concetto di limite. Descriverà la speranza in una immagine di sole terra e acqua e le darà il titolo “la
speranza nell’oblio” , oblio che sarà trasformato dal gruppo nella possibilità di lasciare andare,
compito doloroso e faticoso. Differenziarsi, come compito evolutivo è proprio, usando le parole di
Daria “ accogliere la responsabilità della propria esistenza e il rischio di ciò che è nuovo”.
In conclusione, la costruzione di contenitori paralleli di cura, ha permesso a Daria di narrare il suo
disagio attraverso sfondi differenti, connettere il suo dolore a quello della sua famiglia, dei suoi
contesti di vita, dargli un nome, cominciare a riconoscerlo evocando contemporaneamente parti
capaci di esplorare una progettualità.
Osservare guidata le relazioni familiari ha permesso a Daria di sentirsi meno sola e più capita
all’interno della casa e della sua storia. Partecipare alle sedute di psicoterapia familiare ha permesso
a Daria di ascoltare la sua famiglia e parlare con loro, riconoscere nella storia dei genitori ferite che
pensava appartenere solo a lei e condividere con loro sogni e fantasie.
Capire Daria per la famiglia significa accorgersi di non avere capito, di aver preteso troppo, per
troppo tempo, di essere troppo importanti o di non esserlo diventati abbastanza.
Contemporaneamente nella psicoterapia individuale e in quella di gruppo Daria ha potuto
autorizzarsi uno spazio solo per se , in cui poter dare voce ai suoi sentimenti, alle sue paure, a
dolori e rabbie a lungo inespresse, farne esperienza e giocare ruoli nuovi ed inesplorati.
Vasi comunicanti, contenitori porosi, le esperienze dell’uno confluiscono nell’altra e viceversa
costruendo uno sfondo punto di contatto in cui definire la relazione e l’incontro con l’Altro.
Infine, diversificare gli interventi permette anche a noi operatori di sperimentare la condivisione
gruppale fatta di competenze e sguardi differenti contro la solitudine nella quale spesso ci troviamo
invece ad operare.
”Lo sguardo dell’adolescente in crisi suicidale è quello della morte. Lui è identificato con le ragioni
del suo carnefice e rivendica le motivazioni della morte contro quelle della vita. Non è prudente
affrontare da soli la volontà di morte del giovanissimo paziente: è assolutamente necessario
stendere attorno all’adolescente suicidale una rete di presenze affettive e professionali di cui si è
promotori e registi nonché umili servitori.”
(Gustavo Pietropolli Charmet, Uccidersi)